POESIA E TEMPO (Stelvio Di Spigno) Parte prima
Stelvio Di Spigno
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La poesia di Lorenzo Carlucci

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la tua voce bestiàta in un canto d'Aronne
il deserto è una serva che sposa
Mappa del Nuovo Universo
Una voce
Una cuspide di alterità
la tua voce alterata, le donne
nelle tende la sera,
il deserto è una serva infedele
venne sciacallo e ci disse: c'è uno smeraldo di povertà
sotto la sabbia che cuoce la pelle
i tuoi uomini lo hanno cercato, ma son pecorai
la tua voce di capro ha belàto
per le capre i montoni
ed i buoi
io me'n vo sulla strada di Aleppo
con gli stracci e la borsa
con i piedi e la corsa dei sandali crudi sul prato dei buoi
Mappa del Mondo Universo
Smeraldo di povertà
Il giaciglio è raccolto, la sera,
nelle tende fa freddo, si sa
il deserto è uno scheletro d'ambra
la tua schiava si giace
lo sciacallo li guarda giocando
si mastica il sangue feroce
se non canti non muori
ma canti
lo sciacallo è venuto e mi ha detto: nella sabbia c'è la povertà
io me'n vo' sulla strada di Aleppo
e ti incontro: vuoi il cacio, chissà?
vuoi bisaccia?
se ti affacci alla tenda, sciacallo,
sono vecchio e non ti ospito più
la mia voce è belata per donne
è una voce intarsiata di Aronne
Mappa de l'Universo
tu hai fame? lo sai?
canti come un bambino,
è venuto sciacallo al mattino e mi ha detto: il tuo nome è cambiato
qual'è?
no sé no sé
è venuto sciacallo e mi ha detto: nel tuo ventre si apre una rosa
c'è una danza di schiave tra tende e smeraldo
forse un'oasi soave
o forse soltanto
una ronda di morte
capre di Aronne, alcuna umiltà
una ronda di morte e vi gioca
tra tutte le teste la tua
la sabbia ti ride sul labbro
se non canti tu muori
io canto
e poi muoio lo stesso
tra tutte le teste la tua
Aronne col capro in disparte
N.A.
In memoria del Metz Yeghern, il Grande Male, e del mio piccolo male
I nomi dei miei figli stanno scritti
su un muro di mattoni
Stanno scritti con acqua e sono nomi
che durano poco.
Si resta sul terrazzo
fino a che il vetro non si spacca
in molti vetri
che possono ferire i piedi dei bambini.
Tutti portate gli occhi del padre
Io solo so di assomigliare a un uomo
che non conosco.
Si resta sul terrazzo finchè svanisce il nome
Anna in un gatto e Pietro
in automobilina dirottata.
Si spezza il vetro e la coscienza ci sottrae
la quiete
e si rimane con il senso
di una sofferenza trasformata in gioia
dalla vita stessa.
E ti guardo, io senza una radice,
tu che fai pernacchie sulle pance dei bambini,
ti guardo, io senza una faccia,
il volto nascosto a Dio, io perduto nel dècor,
guardo la bella figlia la figlia nuova
la figlia presto svezzata e dalla bella voce.
I nomi dei miei figli stanno scritti
con acqua, su un muro di mattoni
poco oltre il manicomio provinciale
e sono nomi che durano poco.
E il nome mio sta chiuso in bocca a un morto
è una piantina scossa una siepe lungo il viale
di un parco.
Verde di Roma. Ombra di Roma.
Tu,
tu vi passi accanto e la lambisci
sfiorandone le cime con le dita.
Strappami voce a voce
e foglia dopo foglia.
Il nome mio sta chiuso in bocca a un morto
in qualche valle rotta da un sole nè troppo duro
nè soave. Apri questa mia bocca con le dita,
apri questa mia bocca, per favore.
Finchè non si spezzano i vetri, spessi,
finchè non dovremo chinarci a raccattarli,
nell’acqua che scola, perchè non feriscano
i piedi dei fanciulli che adesso gridano
e sono prepotenti,
finché il sole non sia velato dal ricordo
di un volo verticale
dalla direzione di un padre
e di un aereo pubblicitario;
Finchè ci sarà dato di fronteggiare
una serenità insormontabile,
un alto muro di mattoni nuovi,
sul quale tutti i nomi si cancellano.
Tu,
non muoverti da questa posizione, sfiorami
il braccio casualmente, spingi con la tua fronte
ancora quel mucchio di dolore, compresso dalla tua
maturità, dimmi di me e dammi consigli
e soprattutto ripetimi del tempo. Del tuo
bisogno, e del mio, bisogno di tempo.
Ho in bocca la pistola di mio nonno.
Ho in bocca la pistola di mio padre,
e lasciami in pace, tu che lo hai perduto.
Ho in bocca la pistola di mio nonno,
padre mio, e “ciao papà” -E lasciami
in pace, quando non parlo con nessuno,
ho in bocca la pistola.
Ho in bocca le parole di mio padre,
che stanno chiuse, come il nome,
nello stesso cassetto nel quale è chiusa la pistola
che adesso ho in bocca, in bocca perchè
non parlo con nessuno, non sto parlando
con nessuno. E non sono parole gentili
e stanno chiuse in bocca a un morto
che somiglia a qualcuno al quale io somiglio
e che non conosco.
Il nome mio io non lo voglio scrivere
lo voglio pronunciare alle tue labbra
con le mie
farlo cadere dal fondo della gola
nella tua.
Tutti i nostri nomi
Tetragrammi
Li sillabiamo falsamente
Ne tramandiamo il segreto
Di bocca in bocca
Septimus Warren Smith 23:11 - Commenti(8) - Permalink
L'ombra
Ombra ferita ...
G.Raboni
Radente mia ombra, che mi sollevi
al pianto e al disgelo, alla pietà
dei giochi e al profumo dei piaceri
indefiniti, alla fantasia e alla menzogna;
abbandonami, mia ombra di frontiera,
come in un giorno senza sole, lasciami
visitare dal tuo prestante colore
muto della morte.
Stelvio Di Spigno

( poesia tratta da "Mattinale" Caramanica Editore 06' )
vento calante
Quando vi ho fatti, vi amavo.
Ora vi compatisco.
Vi ho dato quanto vi serviva:
letto di terra, lenzuolo d'aria blu__
Mentre mi allontano da voi
vi vedo più chiaramente.
A quest'ora le vostre anime avrebbero dovuto essere
immense,
non quel che sono,
piccole cose vocianti__
Vi ho dato ogni dono,
blu del mattino primaverile,
tempo che non sapevate come usare:
volevate di più, l'unico dono
riservato a un'altra creazione.
Qualsiasi cosa abbiate sperato,
non troverete voi stessi nel giardino,
fra le piante che crescono.
Le vostre vite non sono circolari come le loro:
le vostre vite sono il volo dell'uccello
che inizia e finisce nell'immobilità:
che inizia e finisce, forma che riflette
quest'arco dalla betulla bianca
al melo.

LOUISE GLUCK - "L'iris selvatico"
premio pulitzer per la poesia 1993



