L'Alchimia del verbo

Francesco Maria Tipaldi . blog di poesia contemporanea viennese

POESIA E TEMPO (Stelvio Di Spigno) Parte prima

Stelvio Di Spigno

[...]

La poesia di Lorenzo Carlucci

 

 

enespace6

 

 

la tua voce bestiàta in un canto d'Aronne

il deserto è una serva che sposa

 

Mappa del Nuovo Universo

 

Una voce

 

Una cuspide di alterità

 

la tua voce alterata, le donne

 

nelle tende la sera,

 

il deserto è una serva infedele

 

venne sciacallo e ci disse: c'è uno smeraldo di povertà

sotto la sabbia che cuoce la pelle

i tuoi uomini lo hanno cercato, ma son pecorai

la tua voce di capro ha belàto

per le capre i montoni

ed i buoi

 

 

 

io me'n vo sulla strada di Aleppo

con gli stracci e la borsa

con i piedi e la corsa dei sandali crudi sul prato dei buoi

 

 

 

Mappa del Mondo Universo

 

 

Smeraldo di povertà

 

 

Il giaciglio è raccolto, la sera,

nelle tende fa freddo, si sa

 

 

 

il deserto è uno scheletro d'ambra

 

la tua schiava si giace

 

lo sciacallo li guarda giocando

si mastica il sangue feroce

 

 

 

se non canti non muori

 

 

ma canti

 

lo sciacallo è venuto e mi ha detto: nella sabbia c'è la povertà

io me'n vo' sulla strada di Aleppo

 

e ti incontro: vuoi il cacio, chissà?

vuoi bisaccia?

 

 

 

se ti affacci alla tenda, sciacallo,

sono vecchio e non ti ospito più

 

la mia voce è belata per donne

 

 

è una voce intarsiata di Aronne

 

 

 

Mappa de l'Universo

 

 

tu hai fame? lo sai?

canti come un bambino,

 

 

è venuto sciacallo al mattino e mi ha detto: il tuo nome è cambiato

 

qual'è?

 

no sé no sé

 

è venuto sciacallo e mi ha detto: nel tuo ventre si apre una rosa

 

 

 

 

c'è una danza di schiave tra tende e smeraldo

forse un'oasi soave

o forse soltanto

una ronda di morte

 

 

 

capre di Aronne, alcuna umiltà

 

 

una ronda di morte e vi gioca

tra tutte le teste la tua

la sabbia ti ride sul labbro

 

 

se non canti tu muori

 

 

 

io canto

 

 

 

e poi muoio lo stesso

 

 

tra tutte le teste la tua

Aronne col capro in disparte

 

 

N.A.

In memoria del Metz Yeghern, il Grande Male, e del mio piccolo male

 

I nomi dei miei figli stanno scritti

su un muro di mattoni

Stanno scritti con acqua e sono nomi

che durano poco.

 

Si resta sul terrazzo

fino a che il vetro non si spacca

in molti vetri

che possono ferire i piedi dei bambini.

 

Tutti portate gli occhi del padre

Io solo so di assomigliare a un uomo

che non conosco.

 

Si resta sul terrazzo finchè svanisce il nome

Anna in un gatto e Pietro

in automobilina dirottata.

 

Si spezza il vetro e la coscienza ci sottrae

la quiete

e si rimane con il senso

di una sofferenza trasformata in gioia

dalla vita stessa.

 

E ti guardo, io senza una radice,

tu che fai pernacchie sulle pance dei bambini,

ti guardo, io senza una faccia,

il volto nascosto a Dio, io perduto nel dècor,

guardo la bella figlia la figlia nuova

la figlia presto svezzata e dalla bella voce.

 

I nomi dei miei figli stanno scritti

con acqua, su un muro di mattoni

poco oltre il manicomio provinciale

e sono nomi che durano poco.

 

E il nome mio sta chiuso in bocca a un morto

è una piantina scossa una siepe lungo il viale

di un parco.

 

Verde di Roma. Ombra di Roma.

 

Tu,

tu vi passi accanto e la lambisci

sfiorandone le cime con le dita.

Strappami voce a voce

e foglia dopo foglia.

 

Il nome mio sta chiuso in bocca a un morto

in qualche valle rotta da un sole nè troppo duro

nè soave. Apri questa mia bocca con le dita,

apri questa mia bocca, per favore.

 

Finchè non si spezzano i vetri, spessi,

finchè non dovremo chinarci a raccattarli,

nell’acqua che scola, perchè non feriscano

i piedi dei fanciulli che adesso gridano

e sono prepotenti,

finché il sole non sia velato dal ricordo

di un volo verticale

dalla direzione di un padre

e di un aereo pubblicitario;

 

Finchè ci sarà dato di fronteggiare

una serenità insormontabile,

un alto muro di mattoni nuovi,

sul quale tutti i nomi si cancellano.

 

Tu,

non muoverti da questa posizione, sfiorami

il braccio casualmente, spingi con la tua fronte

ancora quel mucchio di dolore, compresso dalla tua

maturità, dimmi di me e dammi consigli

e soprattutto ripetimi del tempo. Del tuo

bisogno, e del mio, bisogno di tempo.

 

 

Ho in bocca la pistola di mio nonno.

Ho in bocca la pistola di mio padre,

e lasciami in pace, tu che lo hai perduto.

 

Ho in bocca la pistola di mio nonno,

padre mio, e “ciao papà” -E lasciami

in pace, quando non parlo con nessuno,

ho in bocca la pistola.

Ho in bocca le parole di mio padre,

che stanno chiuse, come il nome,

nello stesso cassetto nel quale è chiusa la pistola

che adesso ho in bocca, in bocca perchè

non parlo con nessuno, non sto parlando

con nessuno. E non sono parole gentili

e stanno chiuse in bocca a un morto

che somiglia a qualcuno al quale io somiglio

e che non conosco.

 

Il nome mio io non lo voglio scrivere

lo voglio pronunciare alle tue labbra

con le mie

 

 

farlo cadere dal fondo della gola

nella tua.

 

Tutti i nostri nomi         

 

Tetragrammi

 

Li sillabiamo falsamente

 

Ne tramandiamo il segreto

 

Di bocca in bocca

 

  Septimus Warren Smith  23:11 - Commenti(8) - Permalink

L'ombra

Ombra ferita ...
G.Raboni

Radente mia ombra, che mi sollevi
al pianto e al disgelo, alla pietà
dei giochi e al profumo dei piaceri
indefiniti, alla fantasia e alla menzogna;
abbandonami, mia ombra di frontiera,
come in un giorno senza sole, lasciami
visitare dal tuo prestante colore
muto della morte.

 

Stelvio Di Spigno

( poesia tratta da "Mattinale" Caramanica Editore 06' )

 

vento calante

Quando vi ho fatti, vi amavo.
Ora vi compatisco.

Vi ho dato quanto vi serviva:
letto di terra, lenzuolo d'aria blu__

Mentre mi allontano da voi
vi vedo più chiaramente.
A quest'ora le vostre anime avrebbero dovuto essere
     immense,
non quel che sono,
piccole cose vocianti__

Vi ho dato ogni dono,
blu del mattino primaverile,
tempo che non sapevate come usare:
volevate di più, l'unico dono
riservato a un'altra creazione.

Qualsiasi cosa abbiate sperato,
non troverete voi stessi nel giardino,
fra le piante che crescono.
Le vostre vite non sono circolari come le loro:

le vostre vite sono il volo dell'uccello
che inizia e finisce nell'immobilità:
che inizia e finisce, forma che riflette
quest'arco dalla betulla bianca
al melo.

LOUISE GLUCK - "L'iris selvatico"
premio pulitzer per la poesia 1993