L'Alchimia del verbo

Francesco Maria Tipaldi . blog di poesia contemporanea viennese

CANCER

Mentre il tuo male ti masticava vivo

avevi la faccia delle bambole di porcellana.

Speravo di salvarti, ma sei stato lavato via.

 

- Il cancro comincia a germogliare dall'interno,

poi si sentono le formiche - L'infermiera bionda pulita

buttava l'acqua sporca verso i tombini.

 

Moonlight Sonata

Notte, notte nemica nel tuo dormire

riporti alla riva giocattoli vecchi,

che tu sia maledetta!

 

La mia sete febbrile divampa

nel petto senza cuore e senza pelle.

Tesoro, candido perduto nella neve,

vieni, non chiedere niente

andiamo a morire insieme, dove mi porti tu.

Pallida, pallida perla

nata tra i denti e la lingua del creatore,

bambino (come me). La luna sanguinante

sull'acqua, ti tinge la bocca di rosso.

Sei l'attesa e la sconfitta marina.

Il tuo bacio sognato di sangue caldo

riesce a distruggere un uomo che dorme.

Ma tu sorridi e te ne vai

senza scarpe.

 

 

sopra l'opera dell'artista Osvaldo Contenti ("Omaggio al poeta" 2006)

Stelvio Di Spigno recensisce "La culla"

FRANCESCO MARIA TIPALDI, LA CULLA, FALOPPIO (CO), LIETOCOLLE, 2006

 

 

Di questi tempi, aspettarsi un libro notevole, magari di un giovane autore (meglio ancora se esordiente), è come cercare oro in una cava di marmo. Ma quando avviene questo piccolo miracolo, non si può e non si deve passarlo in giudicato sotto silenzio. E questo è proprio il caso di un piccolo libro ricchissimo di spunti e di arte, pubblicato da un autore giovanissimo (classe 1986), che aspetta solo di essere letto e apprezzato. Parliamo de La culla di Francesco Maria Tipaldi, uscito nel 2006 per quel vero e proprio cane da tartufo che è l'editore Lietocolle, un ottimo spazio artigianale dove i migliori giovani poeti di questo decennio stanno avendo l'opportunità rarissima di formarsi e farsi conoscere, supportati dalla competenza dei direttori editoriali e del comitato di lettura della casa editrice comasca. La poesia di Tipaldi sembra spuntata da un caleidoscopio capovolto, dove avvenimenti e riferimenti, fughe e ritorno all'io come ai massimi sistemi, si mescolano in modo assolutamente imprevedibile, originale, meravigliosamente ingannevole. Tipaldi nasce in un territorio che sembra rurale sin dalle origini; il suo dettato interpone tra sé e le cose una struttura ritmica ricca di contrappunti e libera da ogni schema metrico e prosodico regolare, seppure non abbia nulla a che vedere con sperimentalismi nuovi e vecchi, e alla fine possa ricondursi agevolmente a un movimento che mira a rinnovare le nostre antiquate concezioni armoniche e sintattiche. Il libro è dedicato a un amico personale dell'autore: Mozart. Il primo testo, con una strabiliante varietà tonale nellÂ’alternare toni grotteschi e regressivi (in modo singolarmente ironico per uno scrittore così giovane), propone il funerale del personaggio che mima abilmente la propria identità sotto le spoglie di un canuto lattante o un saltimbanco di razza: «Ho già mandato una corona di fiori funebri rigonfi / sciacquati per bene alla mia tomba, / bara bianca piccina esce fuori per le scale / e i miei cari piangono. [...] Una chiesa gremita suona il suo organo e sbuffa / che bella la messa, le nuvole d'incenso». Una visione mortuaria più da Commedia dell'Arte che da quaresime barocche. Anche se, in modo del tutto spontaneo, l'inestricabile groviglio di temi come la morte, il nulla, l'aldilà, sposandosi alla perfezione con elementi come ortaggi, animali domestici e da giardino, coperte e lenzuola sfatte e rifatte, crea un tono semiserio dove è la leggerezza a farla da padrona, così che anche i temi più opprimenti si intrattengono, con indiavolata velocità e asimmetria, con lo stupore per le piume di un pollo, un cane che russa, una tazza di brodo, un gallinaio rumoreggiante: «Lassù o qua fuori? / (teologi mettetevi d'accordo!) / Rimane un mucchietto di carne molle / e di pelle quasi rugosa. [...] Il cane del palazzo mi abbaia / contro, stringe il sorriso tra le mascelle. / Si gela qua fuori ci vorrebbe una tazza / di brodo». Tipaldi suggerisce, con i suoi serissimi e spensierati vent'anni, un metodo per affrontare l'esistenza e le sue domande senza drammatizzarle, senza finircisi sotto, schiacciati e depressi. Le sperate visioni «[...] di balene giovani / alla deriva di spumose mareggiate / da un altrove», forniscono una comica e gioiosa alternativa a emergenze fisiche e metafisiche di segno opposto, lugubri e penose. Nella sua assoluta (ma non arbitraria) libertà di stile, fatta di pause sapienti, scatti improvvisi, accumuli di irrefrenabili catene di accostamenti e metafore, questa poesia muove le cose creando un improbabile equilibrio dove tutto diverte e poi muore, scompare e poi rinasce. Viene da pensare che questa poesia rielabori in strutture, visioni, oniricità, uno strato molto più profondo di angosce e paure, di religiosità popolare assorbita nei primi anni di vita nel suo territorio (Tipaldi è di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno). Molti dei titoli delle trenta poesie che compongono il libro, come Lacrimosa, Requiem aeternam, Consacrazione, Risveglio, Agar si riallacciano palesemente a un sotterraneo retroterra cattolico ben informato: aspetto, questo, che rende ancora più interessante confrontare i temi trattati con le forme e gli aggiramenti delle immagini proposte, attraverso un'esplosione ideativa del tutto inconsapevole e tutta risolta attraverso la scrittura e la sua inconscia finzionalità. Ciò ci permette di dire che oltre alla fine delle cose e della vita umana, è l'origine di queste entità (come anche della propria identità, della propria venuta al mondo, e dello stesso mondo inconscio e universale) ad attirare l'autore, con contrapposizioni diatribiche che nei momenti più felici, che non sono pochi, animano il discorso poetico di soluzioni mai così vive e sospese. L'unico rischio, in chiave futura, che Tipaldi dovrebbe evitare, è quello di un cedimento verso il sentimentalismo (ma come poterlo rimproverare a un autore così giovane?), o al contrario, quello di un eccessiva cerebralità. Se la sua poesia tenderà a farsi astratta, intellettuale (su tematiche teologiche o, in senso lato, metafisiche o esoteriche), poematica, temiamo che la sua voce possa deteriorarsi. Le domande vanno approfondite e vissute, le immagini potranno arricchirsi e cambiare, il discorso dovrà potenziarsi e crescere di respiro e di magnetismo, ma senza diventare troppo criptico e simbolico. L'esempio di Zanzotto e della sua crescita sino alla Beltà, potrebbe invece giovare all'autore, che con la sua "tenera" età, può già insegnare a molti suoi colleghi molto più anziani e affermati, l'arte di ridere e celebrare disgrazie "ontologiche" con porzioni di voce da bazar orientale e di eccentricità.

 

Stelvio Di Spigno

 

Dite la vostra :)

 

Cari lettori, vi invito tutti a partecipare a questo dibattito virtuale su Tipaldi e la sua poesia maldestra.

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sputi

Trascina l'ombra con passo

pesante in su la china

della città vecchia. La materia organica

tende a marcire dopo pochi giorni.

Il silenzio non ha corpo

-è un'assenza sottile-

ma sa fare un gran baccano quando vuole.

(Quindi esiste?)Paese, paese di case putrefatte.

Mi piace impasticciare parole e rumori,

come sputi con il fango.

Il vino ci porta per mano a vomitare

(poesia) in latrine nascoste.

Il nulla non è nero, ma puzza di cane.

 

*

La fenditura,

il vuoto che separa le nostre

labbra non è.

Il barattolo è una stanza d'albergo,

il vuoto che ci separa è il caldo

capovolto

è il caldo colato

nella ferita dell'occhio.

 

angelus

Via dai culoni delle contadine

dove finisce l'orto.

 

La terra dà le grida del parto,

le carissime doglie, nasce la verzura.

-Sia lode alle molli latrine dei maiali-

la domenica non si lavora,

si posano le zappe e ci si veste per bene.

-Dio presenta al mondo le sue lattughe-

Ai petti tumefatti degli alberelli

una giostra di fieno, e l'anima uterina che bruca

di dita di pane a sazietà.

 

 

Direttamente dall'antologia che stanno per pubblicare. :)

vento calante

Quando vi ho fatti, vi amavo.
Ora vi compatisco.

Vi ho dato quanto vi serviva:
letto di terra, lenzuolo d'aria blu__

Mentre mi allontano da voi
vi vedo più chiaramente.
A quest'ora le vostre anime avrebbero dovuto essere
     immense,
non quel che sono,
piccole cose vocianti__

Vi ho dato ogni dono,
blu del mattino primaverile,
tempo che non sapevate come usare:
volevate di più, l'unico dono
riservato a un'altra creazione.

Qualsiasi cosa abbiate sperato,
non troverete voi stessi nel giardino,
fra le piante che crescono.
Le vostre vite non sono circolari come le loro:

le vostre vite sono il volo dell'uccello
che inizia e finisce nell'immobilità:
che inizia e finisce, forma che riflette
quest'arco dalla betulla bianca
al melo.

LOUISE GLUCK - "L'iris selvatico"
premio pulitzer per la poesia 1993